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I centri R&D in Italia: stanno diventando una “riserva indiana”?

I centri R&D in Italia: stanno diventando una “riserva indiana”?

IRBM di Pomezia (MS&D) che smobilita. Schering Plough che chiude il suo nucleo di ricerca clinica presso il Dibit/San  Raffaele. Cell Therapeutics che se ne va. BioXell che si dimezza. Per non parlare della crisi di Nerviano Medical Science. Ma  che sta succedendo nel mondo della ricerca farmaceutica?

Sembra comunque di assistere al disimpegno in R&D delle multinazionali, in particolare statunitensi. Le europee invece  appaiono più stabili (vedi Sanofi Aventis). Le aziende italiane (Angelini, Chiesi, Recordati, Menarini, etc) marciano  responsabilmente con i loro centri di ricerca seppur limitati dinanzi ai grandi numeri delle multinazionali. Le biotech  mantengono il punto e la visione futura anche se nel nostro paese questo settore è in affanno.

Sembra che vadano in crisi le piccole unità di ricerca in particolare delle multinazionali. Ma è un dato contraddittorio?

Infatti le Big Pharma stanno puntando ad unità di ricerca più piccole. “Crediamo che il modello della grande ricerca non  funzioni. Soprattutto perché molto burocratico e lento” Così afferma Rod Mac Kenzie, capo della ricerca Pfizer. Ed anche  Zhi Hond, direttore Sviluppo per infettivologia di GSK osserva: “il nuovo modello si dovrà basare su unità di 100 ricercatori:  dobbiamo cercare di sposare lo spirito imprenditoriale del settore biotech con risorse da Big Pharma”.

Vi è da riflettere specie pensando alla perdita di risorse, di competenze, di management in un settore high technology  come quello del Life Science. Non stiamo forse in Italia perdendo o distruggendo valore e conoscenza? Dove riallocare le  competenze? Chi possiede un disegno strategico in R&D nel nostro Paese in quella scommessa disponibile per il futuro che  è il farmaco?

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